La Federazione Italiana Pallavolo porta avanti dagli anni ’90 un lavoro di qualificazione in ottica nazionale sui settori giovanili. Un percorso lungo, complesso e profondamente radicato nei territori, che negli anni ha subito diverse evoluzioni organizzative mantenendo però una filosofia di fondo costante.
La Toscana è stata suddivisa in quattro aree operative, ciascuna con un proprio riferimento federale, una scelta che ha reso più preciso e mirato il lavoro di osservazione e selezione, come racconta il presidente del Comitato Territoriale Etruria Alfredo Carini.
Come ha spiegato il presidente, il lavoro si basa sulla collaborazione con tecnici qualificati e sulla valutazione continua dei giovani atleti dalle società del territorio. L’obiettivo è di accompagnarli in un percorso di crescita strutturato.
«Ogni anno la Federazione ci chiede di svolgere questo tipo di attività sui territori – racconta – partendo dall’osservazione locale fino alla selezione dei ragazzi più promettenti. Un passaggio chiave è rappresentato dalla possibilità, introdotta quest’anno, di disporre di una struttura fissa ogni lunedì. Un elemento che ha migliorato sensibilmente la qualità del lavoro: meno frammentazione organizzativa e più continuità nell’attività di allenamento e selezione.»
Da fine ottobre, ogni settimana, le diverse selezioni hanno potuto lavorare con regolarità fino ad arrivare al momento centrale della stagione: il “Trofeo Territori”, evento di confronto tra le aree regionali.
«Non è il risultato sportivo a essere centrale – sottolinea il presidente – ma il percorso di crescita. Le gare servono a verificare il lavoro svolto, non a generare pressione sui ragazzi».
Il progetto si è anche evoluto con l’introduzione di gare amichevoli tra territori, pensate come momenti preparatori e di confronto. L’obiettivo resta quello di individuare e formare atleti che possano proseguire il proprio percorso fino ai livelli più alti del movimento, comprese le selezioni nazionali.
Particolare attenzione viene riservata al ruolo dei genitori, spesso troppo focalizzati sul risultato e sulle aspettative sportive dei figli.
«I ragazzi devono vivere lo sport come un’esperienza di crescita e divertimento – afferma il presidente – non come una corsa al risultato a tutti i costi. A 12, 13 o 14 anni devono soprattutto giocare e divertirsi».
Un approccio che, secondo l’esperienza federale, rappresenta la base per una futura carriera sportiva sana e sostenibile e che punta a coniugare organizzazione, formazione e territorio con l’obiettivo di far crescere i giovani atleti dentro e fuori dal campo.