Un museo vivo per Siena-acropoli

Risuonano ancora attuali, per noi, le sferzanti parole lanciate da Cesare Brandi dalle colonne del “Corriere della Sera” nel 1976. Allora l’urgenza era quella di riconvertire l’antico Ospedale di Santa Maria della Scala alla funzione museale; oggi, a esattamente cinquant’anni di distanza dall’articolo, ci chiediamo cosa sia stato del progetto delineato da Brandi, che rimarcava innanzitutto la necessità di rendere Santa Maria della Scala museo di sé stesso, prima che contenitore di altre attività e di altri significati.

Un museo vivo per Siena-acropoli
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RedazioneOLTREilponte Modifica articolo

19 Maggio 2026 - 16.51


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di Cesare Brandi

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Un ospedale che risale all’XI secolo, e che, se non ci fosse tanto di documenti, non ci si crederebbe – Siena quasi non esisteva ancora, e forse era solo composta di tre nuclei, tre paesotti, che formarono i terzi – ebbene un monumento, oltre che un ospedale, che pietà e decoro di secoli hanno istituito come monumento, e che, in quanto ospedale, fu modello europeo, chiaro modello anche per l’Ospedale Maggior di Milano – il duca di Milano inviò il Filarete a studiarlo insieme con quello di Santa Maria Nuova a Firenze – questa ammirevole istituzione, che continua a funzionare come ospedale da otto secoli, permettendosi di tenere malati nelle sale affrescate da Domenico di Bartolo e dal Vecchietta – quasi come dire nelle stanze di Raffaello – è giunta l’ora che divenga museo, essendo monumento e museo prima ancora, ormai, che ospedale.

Siena ha ora il suo policlinico regionale, cresciuto come un grattacielo in una zona dove sembrava che nessuno dovesse vederlo a turbare la quiete di questi colli non meno belli di quelli fiorentini, e invece cresciuto a tale altezza che si vede da tutte le parti. Ma insomma ormai cresciuto, offrirà ben altro conforto ai degenti che di guardare affreschi non così celebri come meriterebbero, ma in ogni modo, per disprezzo che se ne abbia come opere d’arte (a che servono le opere d’arte?), tenuti a restare senza scialbo di calce e senza disinfettanti.

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Invece, come nel secolo XV, quando l’augusta opera fu compiuta, il Pellegrinaio ancora serviva ai malati, attraversato da una indegna vetrata che toglieva anche il senso di spazialità raffinata della lunga sala prospiciente sulla campagna.

Ora il Policlinico c’è, e per quanto sia già da prospettarsi la guerra di logoramento dei bravi archiatri che non si vogliono togliere dal centro della città (troppo più comodo che recarsi a San Miniato, e con il posteggio a piè del letto, orrendo posteggio, nella bellissima piazza del Duomo), una buona volta se ne dovranno andare, e l’aula di pronto soccorso, tolta dalla Cappella con gli affreschi di Cristoforo di Bindoccio e del Beccafumi. Perché questo ospedale, assai più di quello di Santa Maria Nuova a Firenze, è un museo di per se stesso, anche senza bisogno di portarci quadri: poca gente lo sa, ma quella che lo sa non può vederlo lo stesso perché in quella sala c’è il pronto soccorso, in quell’altra l’anfiteatro, in un’altra la biblioteca; insomma per i patiti della funzionalità dell’architettura, questa antica architettura ha ancora in atto la sua funzione: se non fosse però una funzione sbagliata, perché né la Cappella della Madonna del Manto era fatta per il pronto soccorso, né la sagrestia di San Pietro per l’anfiteatro anatomico e la biblioteca.

Insomma ora, in questa città avvilita, quale è Siena, in cui per calmare le giuste rivendicazioni sociali non si sa fare altro che fare un Palio straordinario – questo oppio di una città derelitta – è l’ora che sorga il Museo dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, e che occupi tutto il piano che va dalla Cappella del Manto al Pellegrinaio delle donne. In questi enormi e splendidi saloni potranno essere collocati e il Museo diocesano, e quello degli affreschi, e quello della pittura del Cinquecento tardo e del Seicento, pittura ora avvilita nei depositi della Pinacoteca e in collocazioni di risulta.

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Ma si dirà: e come è possibile mettere il Museo diocesano, che non ha sede, e che deve assolutamente averla, insieme con un museo statale come sarebbe quello fatto con i depositi della Pinacoteca? Si risponde, purché ci sia la buona volontà, come è stato fatto a Grosseto, dove illuminatamente il vescovo ha permesso una convivenza identica. Né io credo che l’arcivescovo di Siena si opporrebbe ad una sistemazione che si presenta a un passo dall’Arcivescovado, in un ambiente già dedicato alla pietà e alla misericordia, di cui la bellissima Madonna del Manto di Domenico di Bartolo sarebbe l’insegna e il simbolo, raccogliendo sotto il suo manto misericordioso, come già i cittadini tutti di Siena, le opere di arte sacra – e sarebbero tutte opere di chiese, tanto quelle del Museo diocesano, che quelle della Pinacoteca.

Inoltre ci dovrebbe essere un Museo dell’Ospedale, con documenti, grafici illustrativi, e il nucleo di quelle splendide oreficerie, che in parte non si vedono – ed è bene che non si vedano – e in parte stanno altrove, come il prezioso evangeliario della Biblioteca comunale. Quindi un museo che mentre farebbe corpo, al centro della città, con l’Opera del Duomo, il Duomo stesso, la bellissima chiesa dell’Ospedale, e, a due passi, con la Pinacoteca, finirebbe per restituire all’acropoli della città la sua vera e unica funzione che è quella di essere museo vivo della città, museo più singolare, con Venezia, di tutto il mondo.

Noi non sappiamo da chi impetrare questa restituzione doverosa e bellissima che metterebbe tutto e tutti al posto giusto: ma lo sappiamo anche, perché non tutti sono sordi e ciechi, a Siena, la cui tradizione umanistica è viva attraverso lo studio universitario e anche per una rinnovata spinta comunale e del Monte dei Paschi; per non dire dell’esempio dato dalla bella figura di Guido Chigi Saracini a cui si deve se questa città del silenzio è anche diventata una città della musica.

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(in “Corriere della Sera”, 11 aprile 1976, riedito in Cesare Brandi, Aria di Siena: i luoghi, gli artisti, i progetti, a cura di Roberto Barzanti [1986], Siena 2006, pp. 192-194)

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