I segreti della Tebaide: così il "modello Siena" fa rinascere un capolavoro del Trecento

Dai frammenti di storia nascosti nei calcinacci all'esordio pittorico di Lippo Vanni: un viaggio lungo 700 anni, svelato grazie alla sinergia tra mecenatismo privato, storia e archeologia, reso possibile dal restauro magistrale del complesso avviato anni fa da Guido Canali. Torna il valore del "modello Siena": quando la collaborazione tra istituzioni e ricerca produce cultura.

I segreti della Tebaide: così il "modello Siena" fa rinascere un capolavoro del Trecento
Raffaele Marrone durante il suo intervento sul significato della Tebaide
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

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Meriterebbe una lunga recensione di merito — che sicuramente andrà fatta quando verranno pubblicati gli atti — il convegno, bello, partecipato e di alto profilo scientifico, che si è tenuto venerdì 15 al Santa Maria della Scala. L’incontro è servito a chiarire le funzioni, i significati e l’apparato decorativo dello straordinario ciclo trecentesco della Tebaide, rinvenuto ventisei anni fa negli spazi di una confraternita (nota prima come Compagnia dei Raccomandati e poi come dei Disciplinati) all’interno del complesso ospedaliero. Il ciclo è stato recentemente restaurato, insieme ai locali che lo accolgono, grazie al generoso contributo del mecenate Robert Cope della Fondazione Vaseppi.

Tuttavia, il tema merita già qualche commento a caldo.

La qualità dell’opera e dell’intervento di restauro.Vale la pena ricordare innanzitutto che si tratta di una delle più importanti scoperte artistiche degli ultimi decenni. Quello restituito agli occhi e all’affetto dei cittadini e dei visitatori è un capolavoro della pittura del Trecento senese. Il ciclo, databile intorno al 1340, trae ispirazione dalle Vite dei Santi Padri che fra’ Domenico Cavalca aveva volgarizzato dal latino poco dopo il 1330.

Lippo Vanni, di cui questo ciclo mostra l’esordio pittorico, racconta proprio le storie edificanti degli antichi monaci eremiti del deserto di Tebe e dei primi Santi Padri della cristianità. Queste immagini venivano proposte ai confratelli come modelli di pietà: un viatico spirituale per coloro che, dal vestibolo, si predisponevano a entrare nella cappella. Lippo dimostra qui di aver pienamente compreso le novità stilistiche di Ambrogio Lorenzetti. Dipinge a “buon fresco” con ocre rosse e rifinisce con tocchi cromatici essenziali: verde per le piante, nero per gli animali e giallo per le finte architetture marmoree.

Una storia lunga più di settecento anni. Tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, la compagnia si insediò in alcuni locali situati lungo la via di Vallepiatta di Sopra, oggi nota come la “strada interna” del complesso museale. Ricostruire la storia della Confraternita significa, di fatto, risalire lungo la storia di Siena per almeno settecento anni.

La lezione metodologica di Guido Canali. Il ritrovamento degli affreschi — avvenuto in seguito alla rimozione di un controsoffitto e di una volta a botte che copriva la scala sotto vari strati di imbiancatura a calce — è stato possibile tra il 1999 e il 2000 grazie all’ampia e rigorosa campagna di restauro del complesso ospedaliero. L’architetto Guido Canali, cui si deve il progetto di recupero dell’Ospedale, intervenne con il suo stile inconfondibile e le sue scelte sicure, rispettando l’organicità del complesso e mantenendone leggibile l’evoluzione storica. Evitando sovrapposizioni autoreferenziali rispetto a ciò che andava restaurando e progettando, ha dimostrato oggi come solo questo approccio rispettoso abbia potuto consentire di scoprire novità straordinarie, abbattendo al contempo in modo attento e selettivo molte superfetazioni ottocentesche.

Altrettanto fondamentale è stata l’opera di rimozione degli intonaci dalle pareti dei cosiddetti “voltoni”. Questi spazi, che molti senesi ricordano ancora come percorsi di transito per ambulanze e carri funebri, hanno rivelato l’antica conformazione della strada interna, citata nei documenti trecenteschi come via di Vallepiatta di Sopra.

Solo questo rispetto attento ha permesso che emergesse una narrazione, che tuttavia non ha ancora trovato modo di essere davvero raccontata, per renderla esplicita e comprensibile anche al visitatore odierno. Occorre oggi iniziare a raccontare questa storia, che è storia della città stessa, prima ancora che storia dell’ospedale e del suo patrimonio artistico.

I frutti dell’incontro tra discipline diverse. Il progettista e il restauratore hanno sempre assoluto bisogno dell’interdisciplinarietà: sono loro i veri traghettatori della ricchezza del passato verso il presente e il futuro. Gli storici dell’arte necessitano della storia scritta nei documenti e raccontata dalla letteratura — come nel caso specifico della storia istituzionale della confraternita — per comprendere lo snodo fondamentale del 1340, anno in cui il sodalizio si dette un assetto istituzionale e si consolidò. A loro volta, gli storici tout court hanno bisogno degli storici dell’arte e dell’architettura per decifrare le fasi di trasformazione dell’ambiente che quelle immagini ‘fotografano’; per comprenderne appieno il senso, è indispensabile il lavoro sul campo di architetti, restauratori e maestranze.

I tesori nascosti nei calcinacci: gli ‘scavi’ archeologici. Un ruolo chiave è stato giocato dagli archeologi che hanno lavorato tra il 2022 e il 2023 sulla porzione inferiore della scala, quella che collega il piano delle Pie disposizioni con la corticella. Gli studiosi hanno seguito le demolizioni previste dal progetto di restauro, riuscendo a mettere in luce nuove parti affrescate e a scoprire i resti di una scala ancora più antica addossata alla parete. Inoltre, l’indagine si è concentrata sul contenuto dei materiali di riempimento. Quelli che a un occhio inesperto potrebbero sembrare semplici depositi di calcinacci hanno in realtà restituito frammenti di intonaco antico, tracce di colore, ceramiche, resti vegetali, pezzi di stoffe e di cuoio, garze legate alle antiche attività dell’ospedale, un fiasco di vetro impagliato e persino qualche documento antico.

Questo minuzioso lavoro di studio consente di rispondere anche a domande fondamentali di carattere urbanistico, sulla viabilità che attraversava e generava, nelle sue fasi antiche, l’ospedale di Santa Maria della Scala. La nota “strada interna”, infatti, era solo un tratto di questo sistema, e garantiva l’accesso alla confraternita dalla Postierla e attraverso gli orti dell’ospedale.

Il “modello Siena”: quando le istituzioni collaborano. E’ stato uno sforzo congiunto quello che ha restituito l’intero contesto in tutta la sua bellezza. Si tratta di un successo basato sulla stretta relazione e collaborazione tra le istituzioni, l’Università degli Studi, il Comune di Siena, il Santa Maria della Scala, la Soprintendenza.

È il cosiddetto “modello Siena”, apprezzato da decenni a livello internazionale anche in relazione alle grandi mostre che, a partire dal 1975, hanno valorizzato lo straordinario patrimonio artistico cittadino. Questa tradizione di collaborazioni istituzionali e di ricerca ha radicato per anni sul territorio l’intero ciclo di progettazione: dall’ideazione alla ricerca, dal restauro delle opere esposte fino alla produzione e alla gestione. Un circolo virtuoso capace di moltiplicare le ricadute positive in termini di conoscenza, occupazione e opportunità economiche.

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