La lupa animale araldico di Siena: le prime attestazioni. La lupa che allatta i gemelli, come animale araldico di Siena, è riprodotta con particolare insistenza in città, insieme agli emblemi del Comune (la balzana bianca e nera) e del Popolo (il leone rampante). Una serie di lupe poste in cima a pilastri segna tuttora i luoghi di più forte significato civico. Una prima statua documentata della lupa era già… vecchia nel 1286, quando si ordinò di collocare una lupa pulcherrima in porta magistra de Camullia per sostituirne una più antica, ormai turpissima. Alla fine del Duecento (o forse più precisamente ai primi del secolo successivo) uno scultore che dipende dal grande maestro Giovanni Pisano ne scolpisce una molto bella, conservata oggi nel Museo dell’Opera. Per la verità, un lupo era già stato utilizzato nel 1224 per illustrare, con pochi tratti di penna, il Memoriale delle offese che celebrava la presa di Grosseto; ma l’immagine di quell’animale – che con una zampa levata indica il Duomo – non è del tutto esplicita. Abbiamo anche una scarna notizia: nel 1264 il capitano del Popolo multò un certo Ventura Gualtieri per aver dipinto su un pavese una lupa sovrastata da un leone che le faceva sanguinare il viso.
La “lupa puttaneggia”. Nel 1303 troviamo un paio di commenti sarcastici del cronista fiorentino Dino Compagni, che allude all’ambiguità della politica senese con il richiamo «alla profezia che dicea: la lupa puttaneggia» e con l’affermazione: «Siena puttaneggiava, che in tutta questa guerra non tenne il passo a’ nimici». Dunque, a Firenze Siena è già identificata – nel bene e nel male – con la lupa.
Il Trecento. Nel 1315 Simone Martini dipinge una lupa nella cornice della Maestà nel Palazzo Pubblico, che sembra ritrarre quella del Duomo. Poi, nel 1338, Ambrogio Lorenzetti, dopo aver raffigurato una lupa con la testa curva accucciata ai piedi del Bene Comune in trono, ci lascia quella che è la prima testimonianza di una statua della lupa fisicamente presente su un edificio pubblico di alto valore simbolico: la porta Romana. In questo caso la lupa protende il muso, ribadendo i segni dell’appartenenza e la romanità cui Siena intende richiamarsi, vigilando sulla strada. L’anno successivo, 1339, le “pallotte di piombo” usate per le votazioni del consiglio cittadino vengono sostituite con lupini bianchi e neri: «è un bel trovato a la proprietà de la lupa che governa i suoi lupatelli; così i lupini governano lo stato di Siena», commenta il cronista Agnolo di Tura del Grasso. Tra XIII e primi decenni del XIV secolo abbiamo dunque almeno tre lupe di pietra: una nella cattedrale e due sulle porte Camollia e Romana, lungo l’asse nord-sud della via Romea. Nel 1344 la lupa compare per la prima volta nel sigillo della città, e in una tavoletta di Biccherna attribuita ad Ambrogio Lorenzetti. Tra il 1347 e il 1360 anche il coronamento della Torre del Mangia viene decorato con lupe che raccolgono l’acqua. Intorno al 1373 la lupa appare nel mosaico pavimentale della cattedrale. Poi le raffigurazioni si moltiplicano: la miniatura di Sano di Pietro (1400 circa), la splendida scultura in bronzo dorato del 1429-30 di Giovanni di Turino, la statua del 1487 di Neroccio di Bartolomeo Landi, sostituita nel 1996 da un’opera di Giuliano Vangi. E così via, nel tempo.
Senio e Aschio non c’entrano. Si racconta che la lupa romana e quella senese allatterebbero entrambe due gemelli, ma rappresentando storie diverse: la romana accudirebbe Romolo e Remo, la senese Senio e Aschio, fondatori mitici di Siena. In realtà è solo nel 1472 – dunque tardi rispetto alle prime attestazioni – che Agostino Patrizi codifica per iscritto la leggenda della filiazione romana di Siena. Da allora prende forma il racconto di Senio e Aschio, figli di Remo, fuggiti alla minaccia dello zio Romolo. La narrazione spiega anche il nome della città (da Senio), l’origine della balzana e l’adozione della lupa come simbolo. Si tratta di un mito fondante relativamente tardo, che risponde anche polemicamente ad altre narrazioni: quella di Giovanni di Salisbury (XII secolo), che confonde Siena con Senigallia, e quella di Giovanni Villani, che nel XIV secolo attribuiva a Siena un’origine recente e poco nobile. Storielle costruite, sapide e pungenti create di sana pianta. Botte e risposte di popoli, tradizione colta. Orgoglio cittadino, spirito municipale. Ma è facile notare, alle spalle di tutto ciò, la consapevolezza, antica o rinnovata, del filo che univa Siena a Roma.
Un altro significato per la lupa. Nell’Europa che è stata romana molte città guardarono al ricordo di Roma antica, fregiandosi di leggende e simboli araldici che richiamassero una filiazione da quella che era stata ‘più città’ di tutte o definendosi addirittura come ‘seconda Roma’. Così ha fatto la grande Costantinopoli, e poi Treviri, Tour, Aquisgrana, Milano, Pavia e molte altre. Così ha fatto Siena quando, all’apice della sua crescita medievale, decide di presentarsi attraverso il simbolo della lupa per rendere visibile un legame ideale con Roma, il suo diritto, la sua tradizione repubblicana. Del resto, molti comuni italiani, in particolare, usarono la romanità come un punto di riferimento ideale per rivendicare una libertas che fosse intoccabile. Il richiamo a Roma fondamento di diritto e civiltà rinverdiva l’idea di una res publica (termine con cui si connotava ogni apparato pubblico, anche se monarchico) portata a misura di città e alimentava un patriottismo locale che forniva un decalogo di virtù civili al quale le generazioni potevano mantenersi fedeli.
Lupa senese e lupa romana. Si usa dire che la differenza tra la lupa senese e quella capitolina sta nella posizione della testa: la lupa senese guarderebbe avanti (dritta), mentre la lupa romana avrebbe il muso girato di lato. In realtà, sia nelle raffigurazioni senesi sia in quelle romane le varianti della posizione della testa e del corpo sono molteplici: la lupa può essere in piedi o accucciata, con la testa piegata o sollevata. Se accovacciata la lupa dà un’idea di mansuetudine; se curva verso i gemelli parla di protezione, accoglienza e cura; se ha la testa fieramente alta e il muso proteso richiama un’aspirazione di grandezza.
g.p.
