di Franco Cardini
Dedicato alla famiglia Bani
Dominare il tempo, come dominare lo spazio, è un antico problema antropologico di qualunque società: a questo servono i calendari e gli annali, vere e proprie mappe cronologiche. E lo strumento principale per ordinare il tempo, le stagioni, i mesi conferendo loro un senso secondo un codice “ciclico” in grado di qualificarne il carattere è la festa. In tutti i sistemi calendariali che conosciamo i giorni sono distinti in ordinari, destinati al lavoro e alla vita quotidiana, e speciali, dedicati a quella dimensione in un modo o nell’altro connessa con quel che Rudolf Otto ha definito “il Sacro”.
Già i romani distinguevano rigorosamente tra il dies festus, tempo sacro dedicato al rito e/o al riposo, e la feria, tempo ordinario della vita quotidiana e dei qualunque forma di produzione: peraltro la Chiesa dispose invasivamente che ogni giorno dell’anno fosse dedicato a un santo: e dal momento che ciascun santo ha un centro demico, un santuario, un’attività professionale o un essere umano che gli sono dedicati e di cui sono “patroni”, qualunque giorno dell’anno è o può trasformarsi in dies festus per qualcuno o per qualcosa.
Nella nostra cultura, peraltro, non esistono soltanto le feste religiose. Vi sono anche quelle pubbliche o comunitarie e addirittura quelle familiari o strettamente personali, private. Molte sono infine le occasioni per “far festa”: per comportarci cioè, in momenti e circostanze particolari, come se fosse festa.
Caratteristico dei giorni festivi è, rispetto a quelli ordinari, un differente uso del tempo, della propria persona, dell’atteggiamento, dell’abbigliamento, dei codici alimentari. È caratteristico della festa quella che in termini antropologici (e lontano dalle accezioni più comuni del termine) è definibile come “orgia”: il consumo speciale, sovente smodato e funzionalmente immotivato, del cibo, delle bevande, addirittura degli atteggiamenti.
Altro aspetto abituale della festa è l’apparato dei gesti, degli oggetti e degli atteggiamenti simbolici a ciascuna di esse collegati. La festa può essere anche un momento pericoloso, nel quale si scatenano impulsi aggressivi a loro volta peraltro spesso ritualmente collegati.
Ulteriore connotato, che richiama ancora una volta il campo religioso, è quello dello spazio calendariale della festa: se è difatti vero che tra giorni festivi e giorni feriali v’è un netto distacco tanto qualitativo quanto esistenziale, non meno vero è che esistono giorni o addirittura periodi (vigilie, tridui, settimane, talora lunghi periodi come l’Avvento e la Quaresima) in cui ci si prepara alla festa o se ne gestiscono esiti e residui. Tali periodi possono essere contraddistinti da fasi e momenti penitenziali (come astinenze o digiuni) e da elementi di anticipazione della stessa festa.
Ecco: abbiamo in altri termini, servendoci di esempi, modelli e argomenti generali facilmente riscontrabili in qualunque società e in ogni sistema culturale, descritto quasi alla lettera il Palio di Siena: il suo carattere calendariale connesso con l’estate (nella Toscana meridionale della tradizione momento solitamente dedicato alla transumanza dei bovini dai pascoli alti alle aree marine).
Palio è parola derivante dal latino pallium, in età romana capo di abbigliamento onorevole passato poi a divenire tipico dei vescovi; una sorta di sciarpa. Esso era sovente di tessuto prezioso e come tale premio di gare di vario genere, spesso corse di cavalli o battaglie simulate. Il celebre “Palio Verde” era ad esempio una corsa a premi caratteristica della città di Verona: se ne ricorda anche Dante nel XV Canto dell’Inferno (versi 121-124) per descrivere il movimento dei dannati sodomiti
A Siena il Palio è festa cittadina, che i senesi tendono a imporre come tipica ed esclusiva delle circoscrizioni (“contrade”) intraurbane, collegata senza dubbio a un’età alquanto arcaica e agli usi connessi con la transumanza: tanto che esso si correva primitivamente “alla lunga” (cioè seguendo un itinerario viario-stradale), prima che si passasse alla Piazza del Campo e alla gara percorsa “alla tonda”, in circolo. Protagonisti erano i bravi buoni bufali maremmani, le mandrie dei quali si trovavano nelle prima settimane d’estate a salire verso la dorsale predappenninica-appenninica con i loro ancor dolci e verdi pascoli abbandonando le magre umide ma anche polverose praterie maremmane piene di zanzare facile preda delle febbri stagionali (“…tutti mi dicon Maremma, Maremma – ma a memi pare una Maremma amara…”).
Là si correva sui bufali montati “a pelo”, poi sostituiti dai cavalli mano a mano che la festa, da pastorale, si mutava in comunale e guerriera. Si scelsero presto, forse subito, le festività adatte a mettere la festa sotto l’egida di Maria: Sena era ed è, non a caso, Civitas Virginis. E allora il Palio divenne per eccellenza la festa della Vergine d’Estate: Maria era difatti venerata con ardore particolare nelle fatidiche Idi d’agosto (le Feriae Augusti. Il Ferrragosto), con il “Palio dell’Assunta”, il giorno dopo l’Assunzione, cui si accostò anche il 2 luglio sacro alla “Madonna di Provenzano”.
Alquanto di rado, e non da tutti i senesi graditi, si corre anche in circostanze eccezionali il Palio “straordinario” di settembre in occasione della Nascita di Maria, celebrata appunto nel qiorno centrale del periodo “mensile-lunare” di agosto-settembre, l’8 settembre, nella notte precedente il quale la Stella principale della costellazione appunto della Vergine, la cosiddetta “Spiga” – che nell’iconografia mariana tradizionale orna il marforion, il manto azzurro “oltremarino” dai riflessi purpurei di cui essa è fasciata – sfolgora (si dice) in modo speciale.
Il vero protagonista della Festa è comunque lui: il Cavallo. Amato, valutato, coccolato, sorvegliato, infine solennemente benedetto prima della gara nella chiesa di contrada (“Va, e torna vincitore”), che può vincere anche come “cavallo scosso” se arriva da solo a tagliare il traguardo, senza il suo fantino caduto sul tufo del micidiale anello del Campo. Il cavallo, che la contrada grazie a lui baciata dalla gloria accoglie da trionfatore a capotavola del banchetto della Vittoria.
Il Palio è la festa di due, occasionalmente tre giorni: ma – come dicono i senesi, “dura tutto l’anno”. Tra feste di contrada, eventi culturali o enogastronimici, gare e contese, qualche occasionale scazzotta (ma quelle vere si riservano ai veri giorni del Palio), anche momenti d’intensità civica e assistenziale. La contrada è uno strumento formidabile di autocontrollo civico-sociale: a Siena, pare davvero che anche grazie al controllo incrociato delle contrade il traffico della droga si sia affermato notevolmente meno che altrove. E anche in ciò il Palio – spesso imitato, mai eguagliato in forme diverse da varie città italiane ed europee – resta il vanto e la gloria di Siena.
Molti non senesi, o senesi solo in parte, sinceramente ambiscono a venir considerati dei “contradaioli di complemento”. Più o meno benevolmente tollerati, mai però del tutto accettati. Ve lo dice uno di loro: e tacerò il nome della gloriosissima contrada che in minimissima misura è mia dati i molti parenti ed amici che la mia famiglia vi conta da molto tempo. Lo tacerò: ma la tengo sempre nel cuore e viva viva viva sempre l’Infamona (“alzando gli occhi al cielo – la viddi una stellina – era l’Ochina prima e nessuno l’arrivò”).
