Santa Maria della Scala, il gigante che Siena non ha ancora deciso di essere

Il futuro del Santa Maria della Scala si gioca nelle prossime settimane. Tra nuovi progetti e poche risorse, il destino del grande ospedale medievale interroga la politica e la città.

Santa Maria della Scala, il gigante che Siena non ha ancora deciso di essere
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di Gabriella Piccinni

E allora ci siamo. Il futuro del Santa Maria della Scala si trova davanti a un passaggio cruciale. Presto dovrebbe arrivare una prima concretizzazione, con la presentazione delle nuove aree di accoglienza — la parte dedicata allo “star bene”, con ristorazione, punti di appoggio e spazi di sosta — e l’individuazione dell’auditorium per eventi pubblici con accesso indipendente che dovrebbero dare una nuova prospettiva ai  38mila metri quadri del complesso. Dell’atteso masterplan in fase di redazione da parte dello studio Molinari, più volte annunciato (una prima volta il 20 febbraio, poi ad aprile, ora il 29 maggio), si attendono finalmente definizione e dettagli, per poterne valutare l’impatto.

Eppure, dietro le dichiarazioni d’intenti e i piani di rilancio, fatti e numeri continuano a raccontare una realtà più complessa e, per certi versi, spiazzante.

Intanto, al posto dello statuto adottato nel 2021 durante il mandato del sindaco De Mossi — alla guida della stessa maggioranza che oggi sostiene la sindaca Fabio — è in arrivo un nuovo testo, annunciato entro la fine di aprile ma non ancora discusso in Consiglio comunale. L’obiettivo è quello di consentire finalmente l’ingresso del Ministero della Cultura nella Fondazione e, auspicabilmente, aprire la strada a nuovi soci e nuovi finanziamenti, anche da parte di partner privati. Si tratta di un passaggio importante se si considera che, ad oggi, la gestione del complesso poggia interamente sulle spalle del Comune di Siena, che ne è il socio unico.

Questa solitudine istituzionale si è tradotta anche nella dotazione economica annuale destinata al funzionamento della struttura: circa 350 mila euro. Un budget molto modesto per sostenere le attività, conservare il patrimonio e garantire la vita di quello che potrebbe diventare uno dei complessi museali e polifunzionali più vasti e prestigiosi d’Europa. La sproporzione appare ancora più evidente se si confronta questo investimento con altre voci del bilancio cittadino. La somma stanziata ogni anno per il Santa Maria della Scala non arriva neppure a un terzo di quanto viene impegnato per la sola notte di capodanno.

Il confronto è impietoso: l’intera programmazione annuale di un polo museale che ambisce a essere il cuore della politica culturale senese riceve meno fondi di quanti ne vengano spesi in poche ore di festeggiamenti di piazza. Una scelta che interroga le priorità della politica cittadina. La cultura non vive di annunci o di residui di bilancio: ha bisogno di una dignità finanziaria proporzionata al suo valore storico e strategico.

Quale sarà, dunque, il volto del “nuovo” Santa Maria?

Il Santa Maria della Scala non è un luogo qualsiasi. Potrebbe essere un gigante. Il deposito di memoria cittadina che rappresenta è scritto nei suoi muri e nel suo sottosuolo, ma anche nella coscienza dei senesi. Attraversando le sue sale o addentrandosi nei suoi cunicoli — ancora poco frequentati e ancor meno compresi — si entra in uno dei più celebri ospedali medievali d’Europa. Dopo secoli di funzioni assistenziali, è stato oggetto di un imponente lavoro di restauro e reinterpretazione. Si tratta di un luogo che può parlare all’Europa: per la ricchezza artistica dell’edificio e per la forte identità civica che esprime; per la sua centralità nel cuore del sito Unesco; per essere stato insieme ospedale di strada e ospedale civico; per essere diventato, dalla fine del Trecento, un modello in Italia e in Europa per l’efficacia delle sue soluzioni assistenziali ed economiche.

La natura del luogo — unitario pur non essendo stato costruito in un solo momento — condiziona il disegno del suo riuso, ma lo fa in modo positivo. Si tratta di uno spazio versatile. Non è però un maxi contenitore di iniziative slegate. Ci si può fare moltissimo, ma non tutto. Esige che recupero e fruizione — la sua indispensabile proiezione verso il futuro — tengano conto della storia che lo precede, perché senza quella storia tutto questo non sarebbe nemmeno esistito.

Nel momento delle scelte va ricordato che manca oggi la cosa più elementare di un complesso museale: il racconto dei luoghi. Camminando nelle sale del Santa Maria si rischia spesso di non capire dove ci si trovi, né quale sia la storia complessiva dell’istituzione e il suo rapporto con la straordinaria concentrazione culturale che la circonda — la Cattedrale, l’Opera del Duomo, la Pinacoteca, la Chigiana.

Occorre infine immaginare il Santa Maria della Scala come una cabina di regia capace di far dialogare la cultura della città e quella del territorio. Il destino del Santa Maria della Scala, in fondo, è una domanda rivolta alla città. Non riguarda soltanto il futuro di un museo, ma il modo in cui Siena decide di pensare se stessa: se come custode di una memoria straordinaria o come semplice scenario di eventi.

Salvatore Settis ha scritto che “per difendere i beni culturali è il momento che l’Italia vada sulle barricate”. Siena dovrebbe salire su quelle barricate. Tutta insieme, con la sua gente e i suoi amministratori, in nome di questo grande complesso che è ancora sottoutilizzato.

Le tappe di un cammino che viene da lontano

  • 1968, 1976 e 1985, sul Corriere della sera, con una grande risalto nazionale, Cesare Brandi lancia il tema dell’acropoli della città, dove il  Santa Maria insieme a Duomo, Pinacoteca, Opera avrebbe costituito il “museo più singolare, con Venezia, di tutto il mondo”.
  • 1978, è nominato il primo comitato scientifico
  • 1982, il Consiglio comunale – sindaco Barni, assessore alla cultura Peccianti, assessore all’urbanistica Barzanti – vara l’atto iniziale. il Comune, divenuto proprietario del Santa Maria a seguito della riforma sanitaria, sarà il primo responsabile di un’operazione della quale lo stesso Ministro della cultura sottolinea “l’interesse nazionale”.
  • 1987, si insedia il Comitato permanente per il “recupero” e “riuso” del Santa Maria della Scala, con rappresentanti di Consiglio comunale, Provincia, Regione, Ministero per i beni culturali, Università, Curia, U.S.L., Società esecutori di pie disposizioni, Monte dei Paschi.
  • 1982-1990, l’I.L.A.U.D. (International Laboratory of Architecture and Urban Design) diretto da Giancarlo De Carlo dedica allo studio del Santa Maria una parte imponente della propria attività, spiegando che deve essere avvicinato “come un ‘organismo’ architettonico e non come un ‘contenitore’”.
  • 1993, dopo un concorso a inviti  il Comitato sceglie il progetto di Guido Canali. Si individuano gli spazi per allocare unità museografiche relative alla storia della città e dell’assistenza, alla storia della pietà, al territorio, a collezioni a mostre temporanee. Insieme ai laboratori è già pensato un auditorium, da concepire con un accessibile “utilizzo autonomo” e da localizzare “sotto la parte mediana del ritrovato giardino”.
  • 1994-95, si definisce un primo percorso museale.
  • 1996, con legge regionale il complesso del Santa Maria della Scala viene formalmente in disponibilità del Comune, che approverà il 14 gennaio 1997 il regolamento per gestirlo con la forma dell’Istituzione comunale.
  • 1997, inizia la prima fase di lavori (fino al 2002): recupero della leggibilità dei caratteri architettonici dell’edificio con un “restauro leggero”; interventi più incisivi, per  funzionalità e impiantistica. Nell’ultima fase viene realizzato il Museo Archeologico nei sotterranei.
  • 2000, Giovanna Melandri, titolare del Mi.B.A.C., promuove un Protocollo d’Intesa. Si prevede l’allestimento di un Museo della civiltà figurativa senese e del Museo Archeologico.
  • 2003, con la mostra Duccio. Alle origini delle pittura senese  prende il via una fase di equilibrio tra ricerca critica, restauro di opere e ambienti, richiamo del pubblico. Nasce, per le grandi mostre, il ‘modello Siena’ che fa scuola, non solo a livello italiano.
  • 2007, il Comune assume la gestione diretta
  • 2012, il Consiglio comunale delibera lo statuto della Fondazione di partecipazione “Antico Ospedale Santa Maria della Scala”.
  • 2014,  ultimo atto di indirizzo del Consiglio comunale, non più aggiornato
  • 2021, il nuovo statuto definisce il Santa Maria come ente del terzo settore in vista di un allargamento della Fondazione a soggetti pubblici e privati, mai realizzato, anche per le difficoltà di iscrizione al Runts.  
  • 2026 si dichiara il fallimento dell’ipotesi statutaria del 2021 e si prepara un nuovo statuto.
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