di Niccolò Guicciardini
Il recupero del complesso di San Domenico non rappresenta soltanto un intervento edilizio, urbanistico o architettonico. È la restituzione alla città di una parte decisiva della sua storia, della sua anima e della sua identità. Parliamo infatti di oltre tredicimila metri quadrati e di un’area che corrisponde a circa il 10% del centro storico di San Gimignano. Una porzione immensa della città murata che per troppo tempo è rimasta del tutto o in parte inaccessibile, come sospesa in un silenzio carico di memoria. Dentro questo ampio perimetro non ci sono solo edifici monumentali nel cuore di un patrimonio UNESCO, ma un brano della storia locale, un pezzo di uno spartito che mancava alla sinfonia della città. Chiostri, mura, celle, ambienti sotterranei, il vasto e antico orto, il camminamento di ronda che si schiude sulle campagne… Luoghi che per secoli sono stati di preghiera o di dolore, di assenze o di meditazione, di vita quotidiana e custodia, adesso si aprono.
La storia del San Domenico è infatti lunga e articolata, capace di attraversare i secoli e raccontare la storia stessa della città. Il colle era già frequentato dagli etruschi e rappresenta uno dei primi insediamenti della zona. Nel Medioevo qui prese residenza il potere vescovile con una residenza fortificata. Venne poi il tempo del convento domenicano e con esso la stagione della meditazione, dello studio… E tra queste mura passò la temperie della grande predicazione domenicana: a San Gimignano venne anche Savonarola, che proprio qui, negli anni Ottanta del Quattrocento, annunciò parole destinate a lasciare un segno.
Dopo il convento, venne la lunga stagione del carcere. Il San Domenico luogo totalmente chiuso: idealmente e fisicamente. Un corpo isolato dentro la città per decenni. E anche in questo periodo vi passò un pezzo di storia: tra i detenuti, vi fu Umberto Terracini, poi Presidente dell’Assemblea Costituente. Una delle firme poste a sigillo della nostra Costituzione repubblicana. E il 10 giugno 1944 i partigiani locali liberarono settantadue detenuti tra le mura del carcere che aveva ospitato molti altri antifascisti. La funzione carceraria proseguì nel dopoguerra fino all’inizio degli anni Novanta del XX secolo.
Questa sintetica digressione storica già racconta bene quante voci, sospiri, sogni, dolori custodiscano le pietre del complesso. Una lunga storia che trasforma oggi un luogo chiuso in un luogo aperto. Dalla sofferenza del carcere all’anelito culturale e sociale di una realtà dalle molte funzioni.
Per questo il recupero del San Domenico non riguarda solo San Gimignano, ma tutta la Toscana e tutti i visitatori che cammineranno in questi luoghi. Per dimensioni e storicità, è l’occasione per una delle più importanti operazioni di rigenerazione urbana e culturale in campo. È una sfida che narra come il patrimonio storico non debba essere né abbandonato né imbalsamato. E racconta come sia possibile che torni a vivere, produrre cultura, socialità, turismo consapevole. Qui in dialogo ci sono tutela e futuro, memoria e nuove funzioni, bellezza e utilità pubblica.
Le funzioni previste per il complesso esplicano questa visione generale. Lo spettacolo dal vivo sarà tra i protagonisti con un’arena all’aperto che potrà arrivare fino a duemila posti, proprio dove si trovava l’ora d’aria dei detenuti. Alcune ampie sale saranno dedicate ai convegni, alle iniziative pubbliche e alle mostre. Una struttura ricettiva esperenziale e una residenza d’epoca daranno la possibilità di un soggiorno che si fa storia. Vi saranno poi locali per botteghe artigianali, agrifood, agribar, libreria, ristorazione con prodotti a filiera corta. Sono previste anche sale per le associazioni e spazi museali. La zona sotterranea ospiterà anche un digital art museum ipogeo con installazioni immersive. Vi sarà anche la possibilità di percorrere il camminamento di ronda che apre inediti scorci sulle torri di San Gimignano e sulle campagne. Infine, il parco pubblico negli orti: uno straordinario e vastissimo spazio di socialità. Non dunque un contenitore chiuso, ma un luogo plurale, attraversabile, aperto, capace di far convivere qualità urbana, cultura e impresa. Un impegno che faccia dialogare fruttuosamente sostenibilità economica, interesse generale e soprattutto pulsione culturale sia in termini di valorizzazione che di produzione e promozione. Un luogo da vivere e che vivrà la città.
Il progetto è guidato e finanziato da Opera Laboratori, che sta lavorando alacremente e con grandi risultati, e si tratta di un project financing culturale, un modello virtuoso di rapporto tra pubblico e privato che vede protagonisti la Regione Toscana e il Comune di San Gimignano, proprietari del complesso. Un grande investimento che prevede la gestione del soggetto investitore, legata agli impegni su utilizzo, destinazioni e valorizzazione. Un impegno che viene da lontano, ha attraversato varie legislature comunali e regionali, dimostrando che la continuità degli obiettivi amministrativi è fondamentale e governare non può ridursi a guardare solo a ciò che è realizzabile nel breve termine. Governare un territorio significa anche saper seminare opere il cui frutto maturerà nel tempo.
Il 2027 sarà l’anno nel quale si apriranno le porte. Il percorso è ancora impegnativo. Ma intanto il San Domenico ci consegna una verità semplice e decisiva: la cultura è il primo asset su cui è fondamentale investire. Lo è per il senso di una comunità, per lo spazio urbano, per un turismo consapevole, per il lavoro, per essere se stessi nell’aprirsi al mondo. La storia è il miglior ingrediente per affrontare il futuro. E i monumenti, le pietre, gli affreschi, i libri non gridano, tornano a parlare in sempre nuovi dialoghi quando si decide di ascoltarli.
Ex*Celle si chiamerà il complesso. In una nuova vita di eccellenza che non dimentica le celle del convento e del carcere. In un atto di fiducia nella cultura come forma alta di sviluppo personale e collettivo.
