Nel mondo del Palio esistono personaggi che, pur senza indossare il giubbetto né salire a cavallo, sembrano parte integrante della corsa quanto il tufo di Piazza del Campo. Il cavallaio è uno di questi. Questa poesia ne tratteggia il profilo con affetto e sorriso, destinata a discutere fino alla mossa… (F.A.)
di Michele Masotti
Il cavallaio
Un’ombra in controluce, mitologema di Siena,
che il tempo non riduce,
si piglia un poco in giro
e in fondo, poi, ci piace.
Allo steccato, naso al vento,
annusa il tufo sopra il palco,
e già fiuta l’argomento.
Se il barbero sfiora i materassi
a San Martino,
non è “che gira largo”, piccinino.
“Va grande!” dicono,
scrutando la somara.
“Un parte? Un si dice!
Guarda meglio: si para!”
Il galoppo, per loro,
“è rotondo” oppure “non stende”;
ma stai attento:
se il fantino un si vende…
Il cavallaio lo capisce a occhio nudo,
in mezzo alla calura;
lui che alle prove di notte
ha imparato la misura.
E allora s’inerpica nei sogni,
fra brenne e bomboloni:
“La cavallina m’è garbata.”
Poco di lettere.
“A me ha rubato gli occhi”,
dice lui. Vuoi mettere?!?
Domandargli è lecito,
ma lui ti guarda strano.
“Un s’è messo sulle gambe.”
“Pesticcia.”
Dire “un parte”
è troppo semplice, villano.
Filano gli zoccoli
dal Casato a San Martino,
e io so’ disperato:
“Ma un va niente!”
Ma lui è lì in agguato:
“Tranquillo… è un canterino.”
E quando, giù alla Fonte,
che specchia il cielo vivo,
“È belle e primo!”
eccoli col dito già assertivo.
“È sfilato via?” domanda un forestier sospeso.
“No… s’è pulito.”
È detto più cortese,
quasi illeso.
Occhiali neri al tramonto,
cappell di scuderia:
parlare per aforismi,
qui è sport. È chirurgia.
Morale, sottovoce,
fra sentenze e “lo vedrai”:
so’ tutti intenditori,
so’ tutti cavallai.
Finché la mossa sboccia,
sospesa e capricciosa,
e tutta Siena taccia,
trepida e orgogliosa.
Lì cade ogni dottrina,
s’arrotola il vociare:
resta soltanto il brivido,
ci resta poi il berciare.
Se c’azzecca quella volta,
vorrebbe un monumento;
però, se invece sbaglia,
“era una prova”,
era un abbaglio.
Perché, pe’ fa’ bugiardo un omo,
te lo dicono loro:
serve un cavallo.