Le parole contano - 1. La tirannia della "visione"
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Le parole contano - 1. La tirannia della "visione"

Le parole della politica si sono svuotate. Eccellenza, resilienza, attrattività o sinergia sono diventate un intercalare che può mascherare disservizi o mancanza di chiarezza. Abusare del termine "visione" serve a proiettarsi in un futuro lontano per non spiegare le scelte o i costi del presente.

Le parole contano - 1.  La tirannia della "visione"
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

21 Giugno 2026 - 17.19


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C’è una cosa curiosa che capita a molte parole della politica. Nascono con un significato preciso, qualche volta persino nobile, e poi, a forza di essere usate, finiscono per consumarsi. Eccellenza, per esempio. Un tempo serviva a distinguere ciò che era davvero straordinario; oggi può riferirsi con disinvoltura a un centro di ricerca internazionale e a un panino col prosciutto. Resilienza, termine interessante, preso in prestito dalla fisica e dalla psicologia, abusato per dire ai cittadini di arrangiarsi di fronte a un problema che non verrà risolto. Attrattività è quasi sempre riferita ai turisti, raramente ai giovani che vorrebbero restare a vivere e lavorare nel proprio territorio. E poi sinergia, che compare puntualmente quando non è chiaro chi debba fare cosa.

Fra tutte queste espressioni, però, ce n’è una che negli ultimi anni ha conquistato una posizione dominante: visione. Meglio se strategica. Qualche volta perfino olistica.

Dove la sentiamo? Ovunque. In un consiglio comunale, durante una conferenza stampa, nella presentazione di un programma elettorale, in un convegno sul futuro di qualsiasi cosa. Non esiste leader politico, amministratore o aspirante tale che non rivendichi una propria visione per il Paese, la regione, la provincia o il quartiere. E, naturalmente, non esiste avversario che non venga accusato di mancare di visione.

La storia delle parole è spesso istruttiva. Visione, nata per restituire un orizzonte ideale alla politica dopo il tecnicismo degli anni Novanta, a forza di essere usata, si sta consumando. Un tempo la politica partiva da principi e ideali per costruire strategie, programmi e progetti. Oggi la visione è diventata un surrogato del progetto, ha occupato lo spazio che un tempo apparteneva al programma.

Per questo motivo la fortuna della parola visione non è innocente. Ha un vantaggio notevole: sposta la discussione nel futuro. Possibilmente nel 2030. Meglio ancora nel 2050. Lì, in quell’orizzonte lontano e sfocato, è molto più facile parlare di ciò che sarà che spiegare le scelte che si vogliono fare oppure rendere conto di ciò che è. Eppure la politica, per definizione, è fatta proprio di scelte. Fare politica significa decidere chi beneficia di una misura e chi ne sopporta il costo.

Certo visione è anche una parola solenne. Evoca profeti, santi, condottieri che scrutano l’orizzonte e vedono ciò che gli altri non riescono a vedere. Nel Medioevo, se qualcuno raccontava di aver avuto una visione, di solito significava che gli era apparso un angelo o la Madonna. Poi, magari veniva fatto santo oppure spedito al rogo. Oggi la visione è diventata moneta corrente, non richiede né il dono della profezia né il martirio, è una visione a basso costo. Chi governa o chi aspira a farlo non deve più dimostrare di saper amministrare la complessità: gli basta sostenere di vedere più lontano degli altri. Ma la politica non consiste solo nel vedere lontano, ma nello scegliere, stabilire priorità, favorire alcuni interessi e sacrificarne altri, assumersi responsabilità.

Per questo il termine andrebbe usato con parsimonia. Non mancano, del resto, parole migliori per sostituirne l’abuso.

Prospettiva è forse il termine che preferisco: conserva l’idea del futuro senza pretese profetiche. Strategia indica un percorso. Programma descrive una sequenza di azioni. Indirizzo politico chiarisce una direzione.

Da un punto di vista storico e linguistico, una parola che meriterebbe di tornare al centro del discorso pubblico è progetto. È una parola antica. Viene dal latino proicere, gettare in avanti, e contiene già, al suo interno, l’idea del futuro. Ma vi aggiunge qualcosa di essenziale, perché un progetto può essere discusso. Può essere modificato. Può persino fallire. Un progetto politico è una cosa seria, è una catena di responsabilità che lega chi governa (o aspira a governare) alle proprie decisioni.

Insomma, c’è di che scegliere e variare, a seconda dei contesti e dei gusti. La lungimiranza resta una virtù, una politica incapace di immaginare il futuro è miope e nessuna comunità può vivere soltanto nell’emergenza del presente. Il problema nasce quando visione diventa una parola che sostituisce il ragionamento invece di accompagnarlo.

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